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C’è qualcosa che non torna. E molto non torna nell’Italia del “tanto non succede niente”

di Marco Maria Freddi
C’è qualcosa che non torna.
Vedo sui media, italoamericani del Minnesota raccontare il loro Stato come lo Stato della Minnesota “Nice”, uno Stato dove l’educazione, il rispetto, la civiltà diffusa, la fiducia nelle istituzioni e il senso della comunità sono caratteristiche radicate e in cui il conflitto si abbassa di tono e la convivenza è un valore condiviso.
Eppure, nelle ultime elezioni presidenziali, 1.519.032 persone, il 46,68% degli elettori, hanno votato Donald J. Trump. Dall’altra parte 1.656.979 cittadini, il 50,92%, hanno scelto Kamala Harris e il Democratic–Farmer–Labor Party. Bisognerebbe raccontarla meglio perché se i numeri sono questi, freddi e incontrovertibili, stanno ponendo una scomodissima domanda.

Come può uno Stato che si definisce “nice” consegnare quasi metà dei suoi voti a un personaggio che è tutto fuorché civile, che ha costruito consenso sull’odio, sulla menzogna, sulla brutalità istituzionale, sulla criminalizzazione del diverso, sulla violenza e sull’idea che la forza venga prima del diritto?
Oggi (25 gennaio 2026, ndr) vedo le immagini delle proteste in Minnesota contro le violenze dell’ICE, contro la militarizzazione delle città, contro gli abusi federali che calpestano persone, famiglie, diritti e ammazzano la gente per strada con un social in mano al presidente che sembra inventarsi prove che non ci sono. Oggi scendono in piazza, oggi parlano di valori, oggi invocano giustizia. Ma quelle lacrime non possono cancellare un dato politico essenziale: un elettore su due ha votato per l’uomo che quelle politiche le ha volute, legittimate e rese possibili.

Non è un incidente. È una responsabilità collettiva. Non basta dirsi progressisti, gentili, civili, se poi in cabina elettorale si chiude un occhio, si minimizza, si vota “per rabbia”, “per paura”, “per protesta”. La democrazia non funziona così, ogni voto pesa, ogni voto costruisce il clima politico che viene dopo. Il Minnesota ci insegna una che una supposta gentilezza o educazione non è un vaccino contro l’autoritarismo. Puoi essere educato nei modi e violentissimo nelle scelte politiche. Puoi sorridere al vicino e votare chi promette repressione, discriminazione, abuso di potere. E quando quelle promesse diventano realtà, quando la violenza entra nelle strade, allora indignarsi è legittimo, ma non sei innocente.

Da qui il mio monito per l’Italia, che non è astratto né ideologico.
Chi oggi vota Lega o Fratelli d’Italia pensando che “tanto non succede niente”, che “esagerano i giornali”, che “serve ordine e sicurezza ”, sta facendo lo stesso errore. Separa cioè il voto dalle conseguenze. Sta credendo che l’estrema destra possa essere addomesticata, resa presentabile, normalizzata. E la risposta è no.

Proprio il Minnesota dimostra che non funziona così. Anche nelle democrazie solide, anche nei luoghi civili, dare consenso a chi predica l’autoritarismo significa aprire la porta a politiche che poi colpiscono i più deboli e, alla fine, la società intera. Le lacrime di oggi per le violenze e le vittime non cancellano i voti di ieri. E i voti di oggi costruiscono il mondo di domani. Questa è la verità che fa male, ma che va detta. Perché la storia non giudica le intenzioni, giudica le scelte.

 


 

(25 gennaio 2026)

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